Sull’ammortamento alla francese

(Roberto Zappalà e Roberto Brullo)

Da qualche anno i clienti hanno intrapreso contro le banche cause aventi ad oggetto i tassi riportati nei contratti di mutuo, perché in violazione alla normativa sulla trasparenza delle condizioni contrattuali e agli artt. 1283 e 1284 del codice civile, lamentando l’applicazione del metodo di ammortamento alla francese, che genera interessi composti e non semplici.

Sino ad oggi, purtroppo, tranne per qualche isolata sentenza di merito, i tribunali hanno respinto dette eccezioni[1], o perché sollevate in modo generico, o perché indicavano, senza un adeguato supporto matematico, la modalità di ammortamento alla francese come “anatocistica”[2].

[1] La sentenza n.435/14 del Tribunale di Isernia condanna la banca per la mancanza di trasparenza di tale tipologia di ammortamento (alla francese) e l’impossibilità per il cliente di comprendere il reale tasso, e di conseguenza, il reale costo del finanziamento.

[2] Calcolo degli interessi sugli interessi, o regime di capitalizzazione composta.

La replica dei legali degli istituti di credito si è basata su una semplicissima quanto efficace argomentazione:

Il piano di ammortamento alla francese è caratterizzato dalla rata costante, composta da una quota capitale e da una quota interessi e non può mai determinarsi la produzione di interessi su interessi in quanto ad ogni scadenza il debitore paga gli interessi maturati sino a quel momento sul capitale in essere e, con la quota capitale della rata, rimborsa una parte del capitale finanziato.

Rimanendo nel tempo costante la rata, la quota interessi tenderà a diminuire mentre la quota capitale si accrescerà abbattendo sempre più il capitale residuo.

Con il pagamento periodico degli interessi maturati, questi vengono riscossi prima che il capitale venga completamente rimborsato, ma non vi è dubbio che, per il principio stesso che regola l’ammortamento alla francese, gli interessi calcolati e pagati nelle rate sono esclusivamente riferiti al capitale che residua dall’originario importo finanziato.”

Tale affermazione, ad una prima lettura inconfutabile in mancanza di argomentazioni che possano chiarire le regole di matematica finanziaria sottostanti il metodo di ammortamento alla francese, ha convinto i Giudici della trasparenza e correttezza di detto metodo di ammortamento.

Teniamo subito a precisare che il metodo di ammortamento alla francese non è di per sé un metodo di calcolo illegittimo, ma la violazione scaturisce dal regime di capitalizzazione applicato al suo interno, che può essere semplice o composta.

Gli istituti di credito applicano il metodo di ammortamento alla francese in regime di capitalizzazione composta (gli interessi calcolati sono interessi composti), perché a loro più favorevole.

In matematica finanziaria i tre elementi principali di un piano di ammortamento sono la rata, la quota capitale e la quota interessi, legati tra loro da una relazione matematica univoca, infatti per determinare un piano di ammortamento può essere sufficiente fissare una regola, che prende il nome di “condizione di chiusura”, che sancisce come si determina una delle tre grandezze, per cui il calcolo delle altre avviene necessariamente di conseguenza.

La condizione di chiusura necessaria nel metodo di ammortamento alla francese, o a rata costante, è la c.d. “condizione iniziale”, ovvero: il valore attuale delle rate previste è pari all’importo finanziato comprensivo degli interessi, al tasso contrattualmente pattuito.

Gli istituti di credito fissano la rata tramite l’equivalenza dei valori attuali o “regime dello sconto composto”.

Ciò che è già nel nome, ma non chiaramente spiegato, è che il “regime dello sconto composto”, applicato al piano di ammortamento di un finanziamento, utilizza, appunto, la formula di calcolo dell’interesse composto, contrapponendosi al “regime di sconto razionale o semplice” che, invece, utilizza la formula di calcolo dell’interesse semplice.

Ed è proprio nella determinazione della rata, tramite la formula sotto riportata, che

R = Cq*(1+i)^t

R: rata

Cq: quota capitale

i: tasso di interesse

t: tempo (il simbolo ^ = elevato a)

gli istituti di credito applicano la formula di calcolo dell’interesse composto (parte della formula evidenziata) sui finanziamenti.

Infatti tale formula, di fatto, interviene sulla quota capitale che, ad ogni rata, avrà un incremento minore di quella ottenuta con l’applicazione della stessa formula computata con l’applicazione dell’interesse semplice, di seguito riportata:

R = Cq*(1+i*t)

Sottolineiamo nuovamente che, entrambe le formule soddisfano i requisiti dell’ammortamento c.d. “alla francese”, e cioè:

– rata costante

– quota capitale crescente

– quota interessi decrescente

– interessi calcolati sulla base del capitale residuo

– corretto ammortamento del capitale nel numero di rate pattuite.

Pertanto, applicando il metodo di ammortamento alla francese con la formula dell’interesse semplice si avranno quote di capitale (per rata) maggiori, che determinano pertanto un minore importo di interessi pagati dal mutuatario (al medesimo tasso di interesse contrattualmente pattuito).

Portiamo infine un semplice esempio numerico, che possa chiarire quanto fino ad ora affermato, considerando un finanziamento pari a € 100.000,00, al tasso annuo del 5%, con rate mensili e durata 20 anni.

In entrambe le ipotesi adotteremo la metodologia di ammortamento c.d. alla francese, applicando nell’ipotesi “A” il calcolo della rata secondo la formula che contiene l’interesse composto utilizzata dagli istituti di credito. L’ipotesi “B”, pur rispettando le medesime condizioni della precedente ipotesi “A”, calcolerà la rata, e di conseguenza le quote di capitale ed interessi, in regime di interesse semplice.

Come è possibile rilevare la differenza per interessi, a parità di importo finanziato, durata e tasso, è pari a € 13.902,97.

Naturalmente, maggiore è la durata del finanziamento o il tasso, maggiore sarà la differenza in termini di costo per interessi tra le due ipotesi.

CONSIDERAZIONI SUL TASSO SOGLIA INDICATO DA BANCA D’ITALIA

Trimestralmente Banca d’Italia pubblica i tassi di interesse effettivi globali medi (TEGM), definiti dalla stessa come “…i tassi effettivi globali medi praticati dal sistema bancario e finanziario in relazione alle categorie omogenee di operazioni creditizie…”.
Tali tassi “globali”, cioè comprensivi di tutti i costi sostenuti relativi al credito, sono la base di calcolo, per categorie di operazioni omogenee (aperture di credito in conto corrente, prestiti personali, leasing, mutui, etc.), del cosiddetto “tasso soglia”, cioè, il tasso massimo d’interesse che può essere applicato ad una operazione, superando il quale si incorre nel reato di usura, ai sensi della legge sull’usura n. 108 del 1996.

Le nostre considerazioni muovono da un’analisi sull’andamento di alcuni tassi di riferimento per il mercato finanziario, infatti anche questo mercato, come gli altri, “compra e vende” un prodotto particolare, il denaro. Il costo ed il ricavo di tale merce si basa essenzialmente sulla differenza di “prezzo” che in questo caso è data dalla differenza sui tassi di interesse applicati.

Data la complessità del mondo finanziario, prenderemo in considerazione solo alcuni di questi tassi, ed in particolare:

– Tasso BCE (Banca Centrale Europea) che è il tasso a cui le banche comprano denaro;

– Tasso EURIBOR (Euro Inter Bank Offered Rate) che rappresenta il tasso a cui le banche vendono servizi, solitamente maggiorando tale tasso di uno spread (ulteriore percentuale) fisso, al fine di assicurarsi una “corretta” rimuneratività sull’operazione;

– TEGM (Tasso Effettivo Globale Medio), come sopra già spiegato, è il tasso a cui le banche “vendono” i servizi ai privati ed aziende, comprensivi di tutti i costi (Euribor + Spread + Spese);

– TASSO SOGLIA, anche questo già specificato sopra, rappresenta il tasso oltre il quale un Istituto erogante incorre, ex lege, nel reato di usura.

In un grafico abbiamo riportato i tassi sopra citati, rilevati trimestralmente, limitando il periodo della nostra rilevazione dal secondo trimestre 2011 al terzo trimestre 2013.

Pertanto abbiamo considerato:

1. la serie storica dei TEGM (Tassi Effettivi Globali Medi), che rappresentano, come sopra spiegato, il costo totale di un finanziamento;

2. al serie storica dei TASSI SOGLIA, rappresentanti il tasso limite oltre il quale c’è usura, indicati da Banca d’Italia, per la categoria di operazioni dei “mutui ipotecari a tasso variabile”, per il periodo che va dal secondo trimestre 2011 al terzo trimestre 2013;

3. La serie storica del TASSO BCE (Banca Centrale Europea) l’interesse che le banche pagano quando comprano denaro dalla BCE o da altri istituti di credito, relativa allo stesso periodo;

4. la media trimestrale della serie storica dell’EURIBOR ( Euro Inter Bank Offered Rate – tasso interbancario di offerta in euro), a 1 mese e a 6 mesi, due tassi di riferimento, calcolati giornalmente, che indicano i tassi di interesse medio delle transazioni finanziarie in Euro tra le principali banche europee.

Nel grafico (allegato) sono presenti gli andamenti trimestrali dei tassi sopra descritti.

Dal confronto presente nel grafico è subito evidente che, mentre i tassi “del mercato interbancario“ (acquisto e vendita di denaro tra le banche) sono sostanzialmente allineati con un andamento decrescente che dal 2012 si attesta addirittura sotto il punto percentuale, il TEGM, tasso globale medio, che rappresenta il costo totale per l’accesso al credito per privati ed aziende, non solo è distante in termini di percentuale, con una differenza positiva di oltre 3 punti, ma inoltre è crescente, in totale controtendenza rispetto ai tassi cui invece dovrebbe essere legato anche nell’andamento.

Per maggiore chiarezza, ad esempio, nel secondo trimestre del 2011, una banca poteva acquistare denaro presso la Banca Centrale Europea ad un tasso pari a 1,5%, mentre un privato o una azienda, per la stipula di un mutuo avrebbe potuto dover pagare fino ad un tasso globale massimo pari a 7,4875%, senza che l’istituto erogante incorresse nel reato di usura.
Nel terzo trimestre 2014, una banca avrebbe potuto acquistare denaro, sempre presso la Banca Centrale Europea, ad un tasso pari a 0,10%, mentre il privato o l’azienda, sempre con riferimento alla stipula di un mutuo, avrebbero potuto dover pagare fino ad un tasso globale massimo pari a 8,775%, con ben 8,675 punti percentuali di differenza rispetto al costo del denaro per la banca, pari ad un ricarico di oltre 87 volte il costo sostenuto.
Anche nel caso in cui la banca si finanzi tramite la raccolta del risparmio presso i clienti correntisti, il costo del denaro per la banca, equivalente al tasso a credito dei conti correnti, si attesta comunque ben al di sotto del punto percentuale.

Tornando alla rilevazione di Banca d’Italia del TEGM (Tasso Effettivo Globale Medio), quest’ultima giustifica il divario in termini di punti percentuali (tra costo del denaro per le banche rappresentato nell’esempio dal Tasso BCE, ed il costo totale del denaro per i privati o aziende, che dovrebbe appunto riflettersi nel TEGM) , affermando che, la differenza è legata alla corretta remunerazione che l’istituto di credito vuole ottenere, più i costi aggiuntivi (in questo caso, parlando di mutui: costi assicurativi, perizie, spese di istruttoria ed altre commissioni) e, fondamentale, la copertura del rischio di credito.

Cosa è questo rischio di credito?

Con un meccanismo ben conosciuto, perché adottato soprattutto dalle Assicurazioni, ognuno di noi per accedere al credito, paga un po’ di più di quanto dovrebbe, in base alla valutazione di affidabilità (rating), ad esempio nel portare a termine il pagamento delle rate di un mutuo. Le banche, di fatto, “spalmano” su ognuno di noi una quota del rischio che le stesse corrono nel finanziare soggetti con un rating basso, meno affidabili insomma.
A questo punto, una domanda sorge spontanea (scusate l’involontario parafrasare del tormentone di Antonio Lubrano da lui utilizzato nella storica trasmissione) …

ma se il TEGM (Tasso Effettivo Globale Medio) rappresenta il tasso che: copre i costi di struttura, remunera la banca, include tutti i costi collegati al credito e copre le banche dal rischio di credito, allora:

PERCHE’ IL TASSO SOGLIA, NEL PERIODO CONSIDERATO, AGGIUNGE MEDIAMENTE ALTRI 5 PUNTI PERCENTUALI AL TEGM?

Il tasso medio (TEGM) rilevato da Banca d’Italia, nel periodo considerato, si attesta nell’intorno dei 4 punti percentuali.
Questo indica che sul mercato vi saranno offerte con tassi inferiori o superiori a quella che è naturalmente una media.
Riteniamo comunque che una soglia limite, a nostro modesto parere, considerando naturalmente tutte le variabili del caso ed il limite esemplificativo della nostra analisi, dovrebbe non superare un 50% del tasso medio, come avveniva fino a prima del d. l. n.70 del 13 maggio 2011. Ciò significa che ci aspetteremmo di trovare, tuttalpiù un tasso soglia nell’intorno dei 6 punti percentuali.
Dal grafico invece possiamo osservare che il tasso soglia si attesta, come già precedentemente sottolineato, a circa 9 punti percentuali, cioè il differenziale tra il TEGM ed il tasso soglia, in questo caso è pari al 125%, più del doppio.
Se per ipotesi, dovessimo avere un tasso medio (TEGM) pari ad 1 punto percentuale (1%), il tasso soglia, secondo il meccanismo introdotto con decreto legge del 2011 (governo Berlusconi), sarebbe pari a 5,25 punti percentuali, cioè oltre cinque volte il tasso medio.
La domanda naturalmente è concreta, anche perché dopo più di tre anni passati ad occuparci quasi esclusivamente di questi temi, la migliore risposta che ci è venuta in mente è: sarà mica che la Banca d’Italia, forse perché è posseduta dalle banche (il controllore posseduto dalle controllate), nel costruire i meccanismi di controllo, ha voluto lasciare ampio margine di manovra alle banche stesse?

Sulla base di quanto sopra verificato, una ulteriore considerazione a questo punto riguarda se sia davvero necessario che, per incorrere nel reato di usura, una banca superi il Tasso Soglia.

Banca d’Italia afferma che, solo il superamento del tasso soglia stabilito fa incorrere l’istituto di credito nell’usura ex lege o “usura oggettiva”.
In realtà, un cliente (privato o azienda) contraendo un finanziamento ad un tasso superiore al TEGM (Tasso Effettivo globale medio), anche se al di sotto del Tasso Soglia, tenendo conto delle particolari condizioni in cui potrebbe trovarsi, secondo l’art. 644 bis del Codice Penale (usura impropria), potrebbe incorrere in costi che potrebbero essere considerati usurari.
Infatti, perché un cliente dovrebbe accettare di contrarre un finanziamento a tassi comunque superiori a quelli medi di mercato?
Probabilmente la risposta sta in quello che definiremmo “squilibrio della forza contrattuale” e/o “stato di bisogno”, concetti ben noti alla giurisprudenza perché previsti dal citato art. 644 bis, dove si parla di “usura impropria” o “usura soggettiva”.
In questo caso appunto, tutti coloro che, avendo avuto, per una ragione qualunque, anche a causa della crisi mondiale, un deterioramento delle condizioni economico-finanziarie, vengono considerati dalle banche clienti a rischio (rating bancario basso), pur di accedere al credito pagano costi superiori ai tassi di mercato.
Naturalmente questo non può essere considerato automaticamente usura, infatti le banche, da istituti privati quali sono, devono tutelare il loro patrimonio e quello del loro clienti, pertanto all’aumentare del rischio cercheranno una compensazione, a nostro parere corretta, nel tasso di remunerazione.
Ma come si quantifica la “corretta”, nel senso di equa, remunerazione aggiuntiva di un rischio?
Quale è il limite oltre il quale l’istituto erogante, in virtù della propria forza contrattuale, applica tassi da potersi considerare come usurari?
Purtroppo a questa delicata domanda non vi è una risposta matematica, non vi sono formule da applicare che oggettivamente diano un responso incontrovertibile.

Allora non rimane che affidarsi ad una attenta analisi circostanziata dei fatti, supportata non solo da numeri (lavoro appunto del consulente), ma anche da un’indagine sulle “…condizioni di difficoltà economica o finanziaria…” (art. 644 bis c.p.) della persona o azienda che hanno portato alla decisione di accettare quelle condizioni contrattuali sfavorevoli, rimettendo tutto, ove vi siano naturalmente i presupposti almeno soggettivi, alla valutazione della giustizia competente.

In ogni caso il meccanismo di calcolo del Tasso Soglia, introdotto nel 2011, andrebbe nuovamente rivisto poiché, ad oggi, non ha fatto altro che rafforzare la discrezionalità delle banche nell’applicazione di oneri sul credito che incidono notevolmente sul costo del denaro, acuendo ancora di più la sensazione di squilibrio nella forza contrattuale tra banche e clienti.
Alla luce di queste considerazioni, la soluzione non può che passare dalle Istituzioni, con la speranza che un intervento nel breve possa riequilibrare il quadro sopra descritto.